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Un paese…fra tanti


S
ta lì Gizzeria, tra le falde di Micatundo, la collina che l’accoglie e lo nasconde. Un grappolo di case, vicine vicine, attaccate, case remote, alcune rimaste nella loro struttura originaria, di pietra antica, con le tegole in mattoni e un piano sull’altro. Altre riprese in più tempi, un po’ rovinate dall’uso dell’alluminio e da intonaci scoloriti. Altre di nuova costruzione, con la dignità dei colori tipici dei centri storici, curate, che danno idea di un paese vivo.

Ha circa 4.000 abitanti , compresi Gizzeria Lido e Mortilla, due grandi frazioni che completano il territorio. Il centro storico, è quello che tutti hanno nel cuore, quelli che partono, e quelli che tornano: le stradine...

i vicoli contorti, il buio delle rughe, i muretti dove sedersi in estate, sono ricordi che tutti noi conserviamo nell’animo. E’ diversa, Gizzeria, rispetto a tanti anni fa, lo sa specie chi l’ha lasciata. A noi, sembra sempre uguale, a noi che rimaniamo nel luogo o che ritorniamo, ma chi l’ha lasciata, la trova migliore. Le strade più curate, e anche le case, i bar, e in estate i ragazzi e le ragazze che la rendono piena. Eppure è un piccolo paese, con una unica strada principale, Via Roma, che nei giorni di festa, o nelle mattine di carico e scarico della merce dei negozi di alimentari, sembra impercorribile, e  le macchine che si intrufolano da ogni parte. E poi i rioni, le “Rughe”: la “Ruga Suttana”, “Santa Lucia”, “ Timpuna”,   Monachellu”,  “Cummentu” “ Ponta”, “ Chianu e Giuanni Toia”, “ Barraccuna”, “ Chiazza”, “A Cona”. I rioni e le Rughe che resistono  ancora, e sono curati da chi vi abita, con le case riprese, le piante ai balconi, i motorini davanti alle porte, ma alcune di esse, di queste rughe sono quasi disabitate. Ecco il nostro paese del Sud, provincia di Catanzaro, in alcuni rioni, le case sono ferme, immote, una porta dietro l’altra è chiusa, c’è silenzio la sera quando si passa da lì, e c’è malinconia, ma anche un senso di emozione perché, è vero: si sente la presenza di chi vi è stato, della gente che vi ha abitato, di tutte quelle voci, e la fatica, e la stanchezza della sera. Io spesso quando passo dalle mie rughe, e vedo le porte chiuse, mi immagino i forni, e le risate delle donne, la povertà anche, ma forse la pienezza che c’era una volta, la pienezza di sentirsi tra la gente. Poi si guardano i ragazzi, i nostri ragazzi che vanno a scuola, pieni di vita, e si ringrazia Dio che ci siano, che faranno ancora rivivere la nostra storia, e il nostro paese, le nostre vite, di ex ragazzi del Sud, che hanno avuto il coraggio di resistere e di crederci ancora, in questo luogo. Pochi negozi ci sono a Gizzeria, per fortuna non mancano quelli di genere alimentare o i piccoli supermercati, per fortuna, perché è anche lì che si ritrova la gente. Ha riaperto qualche artigiano, ma mancano le botteghe, qualche piccolo negozio che farebbe bene certo alla vitalità del paese, ma è difficile, sperarci è difficile, perché quello che manca al nostro paese, come a molti luoghi della nostra Calabria, è la sicurezza di un futuro, la certezza di potercela fare, di poter realizzare un progetto reale. Si ha paura, abbiamo paura di costruire qui il nostro futuro. Dal 2004 Gizzeria è diventato un paese della comunità Arbereshe, dopo numerosi studi fatti specie  da un’associazione (L’Hydria), si è cercato di ricostruire la storia del territorio e di essere orgogliosi delle proprie radici, che provengono dalla fuga della gente albanese dopo la morte di Skanderbeg. La gente albanese che ha saputo far rinascere un territorio che stava morendo, senza più gente, ha dissodato la terra e ha reso fertile i luoghi, ha costruito i mulini è ha ridato vita al paese. Ci sono due chiese a Gizzeria, San Giovanni Battista, che tutti hanno nel cuore, e La Chiesa dell’Annunziata, entrambe molto belle architettonicamente, curate e in buono stato, quasi di pregio artistico. Vi è poi la chiesa di Santa Maria delle grazie con l’annesso convento di San Francesco, ora è quasi un rudere, ma c’è chi in paese crede che si possa restaurare, ricostruire e riproporre lì, l’antico culto Bizantino. Ci si crede nei progetti di crescita del territorio, molti ci credono, senza interessi personali, pensando solo al futuro del paese.

Poi ci sono gli emigranti, i gizzeroti che sono fuori, in regioni diverse, in nazioni diverse, in continenti diversi, ma fanno parte lo stesso del luogo, ne sono parte integrante, ci sono sempre, e si sente sempre anche la loro presenza. Ricostruiscono le case dei padri, le curano, riaprono le porte e le finestre, spesso, in estate, e portano la gioia delle generazioni nuove. C’è la gente che ritorna, ogni famiglia ha un ritorno, e allora è un’allegria, quando i nostri parenti ritornano, è una festa, lo ha già scritto Carmine Abate “La Festa del Ritorno”. Ritornano in estate e allora il paese si trasforma, è pieno di vita. Poi ripartono, e si rivedono le reti agli ulivi, l’odore del mosto che rimanda al passato, alla corsa tra le rughe di noi ex ragazzini, ritorna la solitudine delle strade e la malinconia del paese, che guarda il mare, il Tirreno del Golfo di San Eufemia che è la nostra strada verso i sogni, verso la speranza, verso la speranza di poterlo rendere migliore, il nostro paese, per chi rimane, per chi ritorna.

Maria Rosaria Folino

Ultimo aggiornamento (Martedì 19 Gennaio 2010 23:51)